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   Notizia del 25 agosto 2019 ore 07:27 - Visite 11372
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La generazione post-televisiva



I social network stanno cambiando la società, il costume, le forme di democrazia, l'uso dei diritti.
(dalla "Relazione annuale" di Corrado Calabrò,
presidente dell'Autorità sulle Comunicazioni
Roma, Palazzo Montecitorio, 14 giugno 2011 - pag. 3)

Dall'America di Obama all'Egitto di Mubarak e alla Libia di Gheddafi, dalla Spagna alla Grecia degli "indignati" fino all'Italia (non meno indignata) dei referendum, l'onda lunga di Internet travolge abitudini individuali, rapporti interpersonali e comportamenti di massa, rivoluzionando lo scenario mediatico e politico. Un nuovo soggetto collettivo s'impone ormai da protagonista sulla scena: la generazione post-televisiva che abita virtualmente sulla Rete, frequenta Facebook o Twitter, anima i blog, comunica sui telefonini attraverso sms e mms.
È un movimento trasversale fondato sull'individualismo attivo e sulla partecipazione, sull'autonomia e sull'indipendenza di giudizio, sulla mobilitazione e sull'impegno civile. Sfugge a qualsiasi riferimento ideologico. Ripudia ogni inquadramento nei partiti tradizionali e anzi pretende di orientarli e magari condizionarli dall'esterno.

Non è soltanto una caratteristica generazionale, anagrafica. Quanto piuttosto una dimensione esistenziale, un atteggiamento mentale, una disposizione verso la società. Una condizione, insomma, d'identità e di cittadinanza mediatica.
Chi non naviga abitualmente su Internet può sforzarsi d'interpretare e comprendere il fenomeno, magari anche
di condividerlo. Ma comunque non lo vive quotidianamente e non lo sente.
Il "digital divide" è un muro che, a differenza di quello di Berlino, produce una separazione verticale tra chi fa parte della comunità virtuale del web e chi ancora ne resta fuori. E in tutto ciò - come ha detto nella sua Relazione annuale il presidente dell'Authority sulle Comunicazioni, Corrado Calabrò, con un esplicito riferimento all'esito dei nostri recenti referendum - "i social network si rivelano ineguagliabili per fare degli individui gruppo".

Eppure, dalla stessa fonte ufficiale proviene la conferma che in Italia la televisione è ancora il veicolo di gran lunga prevalente per l'informazione: quasi il 90%, poi vengono i quotidiani con il 61% e infine Internet con appena l'11,3%. All'interno del settore televisivo, ancora in crescita nel 2010 in termini di risorse al tasso del 4,5%, Mediaset rappresenta il 30,9% del totale (pubblicità più abbonamenti); Sky il 29,3 e la Rai il 28,5.
Sta di fatto che il vecchio duopolio, cioè le sei reti generaliste di Rai e Mediaset, continuano a detenere ancora il 73% di share medio giornaliero, mentre La 7 - nonostante la qualità della sua programmazione - ha poco più del 3% e Sky con tutti i suoi canali, inclusa Fox, arriva a stento al 5%. L'anomalia per cui l'azienda del presidente del Consiglio rastrella il 56% delle risorse pubblicitarie con il 38% degli ascolti può apparire un "mistero industriale" - come qui denunciamo da anni, tanto da attirarci querele e richieste di risarcimento - soltanto a chi lo scopre adesso.

Ha fatto più che bene allora il presidente della Camera, Gianfranco Fini, a ricordare nella stessa cerimonia a Montecitorio che"in prospettiva, occorrerà porsi il problema della giusta valorizzazione pubblica delle risorse frequenziali televisive, attraverso un adeguamento economico dei canoni". E cioè, in buona sostanza, sarà opportuno aumentare il canone di concessione che per un colosso come Mediaset ammonta appena all'1% del fatturato. "Lo Stato - ha avvertito polemicamente Fini - deve sempre perseguire il massimo di beneficio pubblico dalla cessione dei diritti d'uso sia che si tratti della concessione delle spiagge o che si tratti della cessione dell'etere".
Se almeno una parte di queste maggiori risorse fossedestinataallo sviluppo della "banda larga" o meglio ultra-larga, per ampliare la rete e in particolare la rete mobile, anche in Italia Internet potrebbe finalmente contribuire a ridurre il dominio della televisione, ridimensionandone il ruolo di "persuasore occulto". E questo, naturalmente, avrebbe effetti senz'altro proficui sulla vita sociale collettiva.
 

Origine: Repubblica

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